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Cosa dicono

di noi...

Tutte le recensioni, commenti e opinioni di chi ha visto il nostro spettacolo su Giorgio Perlasca. Un Giusto tra le Nazioni.

Dal 2018 andiamo in scena con questo spettacolo teatrale, che vede Alessandro Albertin come autore ed eccezionale interprete di una storia travolgente che vede Giorgio Perlasca, giusto tra le nazioni, protagonista ed eroe della nostra storia. 

Qui sotto le recensioni fatte da giornalisti, attori, attrici, pubblico comune, studenti e insegnanti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. 

Le condividiamo con voi, orgogliosi del successo e dell'impatto che il nostro spettacolo teatrale ha sulle persone. 

Recensioni in breve sullo spettacolo "Perlasca. Il coraggio di dire no".

Sono ancora colpito ed emozionato dal testo e dalla tua interpretazione

Luca Zingaretti

Quando lo spettacolo finisce sei innamorato e lo porti con te per sempre.

Laura Curino

Un attore straordinario in uno spettacolo che è un gioiello assoluto.

Andrée Ruth Shammah

Albertin è di una bravura sorprendente.

Angela Calvini - AVVENIRE

La comunicazione di Albertin è franca e diretta. Lo spettacolo cattura.

Magda Poli - CORRIERE DELLA SERA

Una "macchina attoriale" perfetta, che rapisce.

Simone Carella - LA REPUBBLICA

Uno spettacolo commovente, intenso e sincero.

Tiberia De Matteis - IL TEMPO

Uno spettacolo in cui si realizza una cosa molto rara, ormai, in teatro, che si chiama catarsi.

Alessandra Bernocco - WWW.DRAMMA.IT 

Eccellente la prova fornita da Albertin, come attore e come autore. Emozione pura.

Enrico Fiore - WWW.CONTROSCENA.NET

Una recitazione magistrale. Uno spettacolo che lascia il segno.

Carmela Rossi - WWW.MODULAZIONITEMPORALI.IT

C'è chi, tra il pubblico, usa grandi fazzoletti per asciugarsi le lacrime.

Daniela Cohen . WWW.SALTINARIA.IT

Uno strepitoso Alessandro Albertin. Un momento di teatro magico.

Francesco Falabella - WWW.CHECEDINUOVO.IT

Interpretazione intensa e convincente, dal principio alla fine.

Paola Pini - WWW.CORRIEREDELLOSPETTACOLO.NET

Perfino prevedibile la ständig Ovation del pubblico a fine spettacolo.

Anna De Marco - WWW.LANOUVELLEVOGUE.IT

 

Ritagli di giornale da "Il Corriere della sera", "Avvenire", "Il cittadino", "L'Arena", "Il Giornale di Brescia", "la Repubblica"...

I giornali e i siti

Simone Carella per LA REPUBBLICA

In molti potrebbero chiedersi perché riproporre oggi a teatro una storia come quella di Giorgio Perlasca, il commerciante di carni veneto che nel 1944 a Budapest sfruttò le sue abilità diplomatiche e smisurate dosi di coraggio per salvare più di 5000 ebrei da morte certa, svanendo poi nell’indifferenza delle istituzioni italiane. Ma i dubbi scivolano via non appena Alessandro Albertin si materializza sulla scena e con fare tra il colloquiale e il burbero inizia a porre domande di storia al pubblico.

Gli spettatori sprofondano straniti nelle loro poltrone, cercano di non incrociare il loro sguardo con quello dell’attore per non essere costretti a sottoporsi al test. Ma le tre domande scivolano via senza grandi intoppi, finché non viene pronunciata la quarta: “Che successe il 13 novembre del 2015?”. Di fronte al silenzio imbarazzato della platea, Albertin può giudicare il suo esperimento riuscito: ci ricordiamo perfettamente o quasi di cos’è successo secoli fa, mentre ci siamo già scordati dell’altro ieri. L’altro ieri è il tempo del #JesuisParis”, dei tweet di solidarietà e dei ritmi frenetici della nostra epoca in cui manca il tempo per esprimere pareri davvero personali e ragionati. In cui la sindrome da social network impone sintesi di poche parole e frasi ad effetto su cui pioveranno centinaia di “mi piace”. Perché un like è indolore e ci toglie dall’incomodo di trasformare il pensiero in azione. Così le coscienze si mettono in pace e, siccome manca il tasto “non mi piace”, diventa scontato omologare i pensieri, fino al paradosso di esprimere apprezzamenti digitali su foto e notizie orribili come mera testimonianza del proprio passaggio in rete.

La rilettura della vicenda di Giorgio Perlasca ad opera di Albertin ruota su due perni di attualizzazione: da una parte la riflessione sui social network (cosa avremmo scritto sui nostri profili quando Hitler invase la Polonia? “Meno Hitler e più amore”? “Oggi sono ebreo”?), dall’altra la metafora calcistica (la salvezza di vite umane come i gol di una partita di pallone), altro grande contenitore di pulsioni aggregatrici, forse pur con tutti i suoi limiti l’ultimo residuo di socialità rimasto. «La squadra era delle migliori – esordisce Albertin – Perlasca col 9 sulle spalle; a centrocampo l’esperienza del capitano Sanz Briz, ambasciatore spagnolo a Budapest, in difesa Madame Tourné, in porta la stazza di Zoltán Farkas, avvocato ebreo ungherese in servizio presso l’ambasciata di Spagna». In mezzo all’epico coraggio di personaggi realmente esistiti, c’è una prova grandiosa di attore. Perché quando la luce si spegne, ha inizio la magia. Albertin si produce in un’ora e mezza da one-man-show, ricostruendo dialoghi, prestando voce, anima e corpo alle decine di personaggi che ruotarono intorno alla figura leggendaria di Perlasca, spostando una serie di cubi (l’unico oggetto scenico) come se fossero appunto le pedine della storia. Una “macchina attoriale” perfetta, che rapisce per la straordinaria abilità nel passare dall’innocenza di una donna ebrea allo stridulo accento tedesco di Adolf Eichmann a distanza di pochi secondi. Un metodo rigorosissimo e dotato di afferenza quasi mistica alle molteplici sfumature di umanità dell’Eroe. Risiede proprio nel polimorfismo della narrazione, che movimenta di continuo e rapisce, la fonte più notevole di adesione incondizionata nel pubblico alla storia. E l’esito è commovente, con picchi di struggimento quando Albertin balla da solo col fantasma di Madame Tourné sulle note del valzer di Strauss. Il viaggio si chiude con la voce registrata del vero Perlasca, che sancisce quasi timidamente il senso dell’operazione. “Vorrei che i giovani s’interessassero a questa storia unicamente per pensare oltre a quello che è successo, a quello che potrebbe succedere. E sapersi opporre”.

Anna De Marco - Per LA NOUVELLE VOGUE

Ha debuttato ieri sera in una “Sala Bartoli” del Politeama Rossetti strapiena “Perlasca. Il coraggio di dire no” spettacolo a cura di Michela Ottolini e scritto e interpretato da uno straordinario Alessandro Albertin che evoca in questo spettacolo la storia dello Schindler italiano.

Budapest, anno 1944. Le SS cercano Perlasca, commerciante di carni che ha rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Perlasca, che in passato ha guadagnato la stima di Francisco Franco, possiede una lettera che lo invita, in caso di bisogno, a presentarsi presso una qualunque ambasciata spagnola. L’uomo coglie questa opportunità di salvezza non tanto per sé, quanto per evitare l’atroce destino della deportazione a quante più persone possibile.

Si fa chiamare Jorge Perlasca e si mette al servizio dell’ambasciatore Sanz Briz con cui collabora finché, per ragioni politiche, questi è costretto a lasciare l’Ungheria.

Perlasca assume allora indebitamente il ruolo di ambasciatore di Spagna ed in soli 45 giorni volgendo le sue capacità comunicative di venditore in straordinarie doti diplomatiche e sfoderando un coraggio da eroe, evita la morte ad almeno 5.200 ebrei.

Per decenni conduce una vita normalissima, nell’ombra: nel 1988, però, due ebrei che gli devono la vita lo rintracciano nella sua casa di famiglia a Padova e finalmente il suo eroismo viene reso noto al mondo.

A dare voce, intensità e caratterizzazione alla vicenda di Perlasca (“Giusto fra le nazioni”) è appunto Albertin. Un attore brillante, che ha gestito da solo un racconto fatto di mille voci e mille azioni colpendo e coinvolgendo tutti gli spettatori, attenti e partecipi di un monologo commovente e suggestivo. Nessuna sorpresa, quindi, perfino prevedibile la standing ovation del pubblico, a fine spettacolo.

“Lei cosa avrebbe fatto al mio posto?”… è la domanda che pone Perlasca, ma è la domanda che ci dobbiamo porre tutti noi ma soprattutto le nuove generazioni, fatte di potenziali nuovi eroi.

Scelta azzardata come ammette lo stesso Albertin, ma efficace, il parallelo tra lo svilupparsi della storia e quello di un’ipotetica partita di calcio dove tutto si gioca in attacco e difesa e dove tutto può cambiare ai tempi supplementari…

Tenera ed emozionante, ed è forse questo il punto di forza che sottolinea il grande legame tra Albertin e la vicenda che racconta (che non è una qualunque), l’accostamento tra suo padre (barbiere) e Perlasca.

I due sono entrambi sepolti nel cimitero di Maserà di Padova ed entrambi vivono la dimensione del “non esserci più” e che possiamo immaginare da qualche parte mentre si stanno raccontando le reciproche avventure nel salone di barbiere del primo….

Spettacolo da promuovere nelle scuole di tutta Italia ( anche se sono già state inserite due repliche straordinarie al mattino proprio per esse) e un personaggio che non dovremo mai dimenticare.

Mario Salvetti per IL BACO DA SETA

“Perlasca. Il coraggio di dire no”, questo è il titolo del monologo, presentato anche a Sona la scorsa estate, dedicato alla incredibile quanto poco conosciuta figura di Giorgio Perlasca. Classe 1910, nativo di Como ma trasferitosi da piccolo a Maserà, paesino della profonda provincia padovana, Perlasca si troverà a recitare un ruolo immenso nel tragico scenario di Budapest, durante gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale.

Fascista convinto tanto da combattere come volontario nella guerra civile spagnola, a Budapest per conto di una ditta triestina di importazione di bovini, Perlasca nel durissimo inverno del 1944 arriva dopo mille vicende e mille rischi a fingersi addirittura Console generale spagnolo per salvare la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi strappandoli alla deportazione nazista e alla Shoah.

Una sfida pericolosissima, giocata con i gerarchi fascisti del Partito delle Croci Frecciate – e non per caso Albertin sul palco paragona la vicenda ad una drammatica partita di calcio – che lo porterà più volte a mettere a repentaglio la vita propria e quella dei coraggiosi che lo aiutarono. Un’audacia che, oltre i tempi supplementari di questa partita che aveva in palio la vita di moltissimi, vedrà nel 1988, oltre quarant’anni dopo, una coppia ungherese rintracciarlo e divulgare la sua storia di coraggio e solidarietà. E’ il 23 settembre del 1989 quando Israele conferirà quindi a Giorgio Perlasca il massimo riconoscimento di Giusto tra le Nazioni e al museo Yad Vashem di Gerusalemme, nel vialetto dietro al memoriale dei bambini, verrà piantato un albero a lui intitolato.

Basterebbe leggerla questa storia per restarne storditi, in anni come i nostri di ideali tiepidi e di solidarietà ad intermittenza.

Ma poi questa vicenda incredibile incontra Alessandro Albertin su un palco, e allora le parole assumono valenza tridimensionale, si tingono di sangue e colore, assumono suono e carne.

Spoglio ed essenziale il palco creato per raccontare Perlasca. Nero su nero con solo due cubi che vengono usati con sapienza scenica da Perlasca-Albertin per muovere e muoversi sulla scena. Tutto in nero anche Albertin, con quel viso, scavato dalle forti luci di scena, che gli permette di assumere tutti i ruoli in commedia, facendo spesso dimenticare allo spettatore che sul palco è presente un solo attore e non una moltitudine di figure sempre più tragiche che si rincorrono in questa vicenda che toglie il fiato.

L’inizio del monologo, che parte proprio da Maserà, ricorda sicuramente alcuni passaggi del miglior Marco Paolini, citato infatti da Albertin nel prologo allo spettacolo. Ma poi, in brevi tratti, l’attore originario proprio di quel paesino del padovano (e anche in questo tutto trova un senso) se ne discosta fortemente fornendo all’attentissimo pubblico un’interpretazione scardinata da tutto, solo sua in quanto non sovrapponibile ad altri lavori che pure si sono cimentati con la drammaticità della grande Storia portata su un palco teatrale.

Suo è l’oscillare tra la tragedia e la farsa, perché di tragedia e terribile farsa Perlasca dovette vivere in quei drammatici mesi. Sua è la forza di rendere avvertibile in sala la disperazione dell’abisso che inghiottì sei milioni di ebrei nell’olocausto nazista. Tutta sua è l’arte di rendere vivo sul palco il coraggio di un uomo, che andò oltre quello che può definirsi coraggio unicamente attraverso il suo sentirsi parte del genere umano.

In alcuni passaggi a chi è seduto in sala pare di trovarsi realmente in quella gelida Budapest, sferzata dalla cieca brutalità del male. E non sono pochi gli occhi degli spettatori che vanno oltre Albertin, quasi scorgendo alle sue spalle la tumultuosa umanità dolente dei ghetti ebraici ed il Danubio indifferente alla sorte di quegli sventurati.

Un’ora e mezza di monologo che prima ti trattiene forte, legandoti alla sedia dove siedi, poi ti prende per mano e ti porta a scrutare nelle profondità nere del peggio dell’essere umano, ti costringe a sentire in bocca il gelido gusto metallico della pistola che minaccia Perlasca in due dei passaggi più riusciti dell’interpretazione di Albertin e, infine, stremato, ti permette di riaffiorare rendendoti partecipe di quali vertici possa raggiungere un uomo quando trascende sé stesso nel massimo gesto di solidarietà pensabile.

Chiuso il sipario, Albertin fa sedere accanto a sé due ragazzini presenti tra il pubblico, svelando il vero significato di questa straordinaria interpretazione: solo dalla trasmissione della conoscenza di generazione in generazione, dalla consapevolezza di ciò che è stato può esservi speranza per tutti noi. Insegnamento che Albertin, in una chiusa drammatica, fa raccontare tramite un breve audio diffuso in sala alla roca voce dello stesso Perlasca, intervistato da Minoli poco prima di morire.

La commozione finale è vera, perché anche per Albertin – come per ogni grande attore – il palco non significa mai un viaggio fuori sé ma sempre un viaggio interiore alla ricerca dei motivi assoluti dell’essere. Con Perlasca ci riesce magnificamente, tanto da rendere veri compagni del suo percorso di speranza anche tutti coloro che sono in sala, pur seduti tra il pubblico.

Se vi capita di incrociarlo, imperdibile.

Alessandra Bernocco per DRAMMA.IT

“Vi faccio tre semplicissime domande di storia”. E scruta tra il pubblico in cerca di qualche anima compiacente, che invece incrocia le dita perché no la storia no pensa la figura sono pure ‘semplicissime’.  L’attacco è indisponente e Alessandro Albertin non fa simpatia. Ma dura solo cinque minuti. Perché dopo avere messo tre punti fermi –scoperta dell’America, sbarco di Normandia e bomba su Hiroshima- tutto trova un senso. “Ditemi ancora cosa è successo a Parigi il 13 novembre di due anni fa”. Due anni fa? E  qui nessuno, così a bruciapelo, ricorda la strage del Bataclan. Perché la memoria funziona così. La memoria chiede tempo al tempo per sedimentare e il quotidiano bombardamento di brutte notizie, trasmesse in diretta, crea rimozione e difesa. E poi ci sono altre notizie, o notizie altre, i capitoli belli che si scrivono in silenzio accanto alla storia, e che in silenzio restano finché qualcuno non sceglie di leggerli forte, di farli sentire, di fare sapere che anche nell’orrore si può nascondere una via di salvezza. 

Ma anche qui bisogna aspettare. La storia di Giorgio Perlasca è una storia così. Ha atteso quasi quarant’anni per venire alla luce e se ce l’ha fatta è perché è arrivata dal basso. Sono state le donne ebree ungheresi che lui aveva salvato, insieme a migliaia di ebrei del ghetto di Budapest, a divulgare la storia che oggi conosciamo. Era il 1987 e loro, ormai residenti in Israele, vollero rintracciare l’uomo giusto che le aveva strappate ai treni della deportazione. 

Poi sono arrivati i riconoscimenti, le medaglie, l’attenzione da parte dei media e delle istituzioni, compresa l’approvazione di un vitalizio che lui rifiutò, così, per ricordare anche questo. 

Ora noi sappiamo di Giorgio Perlasca. Un fascista che si oppose alle leggi razziali, un uomo pensante, fattivo, libero di una libertà senza bandiera, che lo ha reso ‘non appartenente’ e  quindi senza protezione. Scomodo per alcuni, pericoloso per altri,  inviso a chi non ha potuto cavalcarne la gloria.

Oggi si direbbe non omologato, svincolato da consorterie e soggezioni, a servizio solo della propria coscienza, ma forse nemmeno perché tutt’uno con essa. 

Ecco, è alla storia di questa coscienza che dà vita Alessandro Albertin in un monologo di  un’ora e venti diretto da Michela Ottolini con il disegno luci di Emanuele Lepore.   

Alle battaglie della buona coscienza che dà retta a se stessa perché non sa fare altrimenti, contro ogni paura, ogni ricatto, oltre gli immensi ostacoli che si frappongono tra lei e la storia, tra le  ragioni dell’anima del cervello e del cuore e l’incolumità del suo corpo.  

Questo, credo, debba fare il teatro. Raccontare l’anima oltre la storia, la Seele oltre il Geist,  e poi inoltrarsi nella relazione tra anime con empatia. Albertin offre nel merito una prova commuovente.  Con due cubi neri che servono a evocare spazi e prossemica, alternando narrazione in terza persona e rappresentazione di tutti i personaggi chiamati in causa, racconta,  rivive e ci aiuta a rivivere. 

Entra con garbo nelle vite degli altri infondendo in ognuno un afflato, un pensiero e poi se ne va ma non li abbandona perché ormai anche noi li abbiamo di fronte. Il palcoscenico spoglio prende ad animarsi dei suoi interlocutori mentre lui con una repentina virata di registro, di colore, di tono, di volume della voce, cambia ruolo o punto di vista.  

E la storia si dispiega con partecipazione crescente, anche del pubblico, che senza  rendersi conto entra a far parte di una costruzione che lo interpella trasversalmente.  Perché questo racconto animato si chiarisce anche parlando di facebook, di consenso tributato sulla piazza virtuale, di sconfitte e vittorie rese con la metafora della partita di calcio. 

Due impertinenze che a saperlo prima sarebbe bastato per soprassedere – ma non gli bastava Perlasca, gli ebrei, i vagoni piombati- e invece funzionano, chiariscono, accompagnano lo spettatore tra la loro vita e la vita degli altri, ti fanno trattenere il respiro come quando manca un minuto al novantesimo, finché non ti resta che  rassegnarti. Hai perso. Ma la vita non è una partita di calcio. Allora vale anche barare e tentare l’inverosimile in un pugno di istanti. Nella partita della vita la  salvezza può dipendere dalla simulazione di un fallo. 

E’ quello che ha fatto Perlasca al suo novantesimo. Da una parte il ministro degli interni ungherese Gàbor Vajna e l’ordine di sterminare i sessantamila ebrei del ghetto; dall’altra Jorge che con un (doppio) fallo al novantesimo ha paventato una ritorsione della Spagna contro i cittadini ungheresi lì residenti: tremila dichiarati ma in verità poche decine. Goal. Uno a zero per Jorge. Vajna ha perso, gli ebrei sono salvi.

E’ bastato un minuto, un guizzo dell’intelletto, la resistenza lucida e disperata di un uomo solo, per risparmiare migliaia di vite. 

E’ questo il momento in cui tratteniamo il respiro, il momento in cui si realizza quella cosa molto rara, ormai, in teatro, che si chiama catarsi. E che in questo prezioso, onesto, appassionato lavoro succede più di una volta.

Carmela Rossi per MODULAZIONI TEMPORALI

PERLASCA – IL CORAGGIO DI DIRE NO (già il titolo è una dichiarazione di intenti) inizia in maniera desueta, colloquiale. Poche esche alle quali gli spettatori abboccano anche se con un certo imbarazzo o ritrosia. Un sondaggio, una interrogazione vera e propria fatta con garbo ma l’esperta mano del pescatore, Alessandro Albertin, porta le sue prede nel retino, senza slabbrature. Il pubblico è catturato, immobile, attentissimo. Un testo molto avvincente che scandisce a ritmi serrati la storia di Giorgio Perlasca in quel di Budapest, e di come abbia potuto salvare la vita a 5.000 Ebrei in pieno regime nazista, millantando ruoli e cariche inesistenti.

Una recitazione magistrale. Alessandro Albertin non si è risparmiato, ha dato fondo a tutta la gamma recitativa di cui è capace un attore con la A maiuscola. Notevole la sua capacità di interpretare tutti gli altri personaggi facendoli addirittura dialogare fra loro. È uno spettacolo che lascia il segno. Scenografia da fare invidia alla nota fabbrica di mobili svedese con 2 cubi multifunzione eccezionali.

La regia di Michela Ottolini ha cesellato magistralmente ogni capitolo di questa storia. Musica e luci sono altri petali che completano degnamente la corolla.

Lunghi applausi e varie chiamate interrotte dall’autore/attore con un grazie definitivo.

 

 

Fabrizio Corgnati per SALTINARIA.IT

È la storia di un uomo comune, un oscuro impiegato di un'azienda import-export di carni, che da un minuscolo paesino del Veneto era emigrato nella Budapest della Seconda guerra mondiale. Per poi vederla finire nelle mani spietate dei nazisti. È allora che la vita semplice di Perlasca diventa un po' meno comune, quando il coraggioso "no" che è chiamato a pronunciare diventa quello alle atrocità dell'Olocausto. È allora che Giorgio lascia il posto a Jorge, che si autoproclama console della Spagna, nazione neutrale, per poter dare protezione nelle sue residenze diplomatiche a quanti più ebrei possibili. Grazie a questo rischioso stratagemma, lo Schindler italiano riesce a salvarne a migliaia dalla deportazione. Poi, finita la guerra, ritorna nel suo paesino veneto, senza mai guardarsi indietro. La sua storia verrà riportata alla luce solo decenni più tardi, quasi per caso, e gli meriterà il riconoscimento di Giusto tra le nazioni in Israele e una Medaglia d'oro al valor civile in Italia: che, per burocratica ironia della sorte, gli verrà tributata solo dopo la sua morte.

Ci voleva il cristallino talento di Alessandro Albertin, che nulla ha da invidiare a quello del suo più noto collega monologhista e conterraneo Marco Paolini, per strappare questa storia alle nebbie del tempo. E per riportarla sul palco, oggi, riscoprendola incredibilmente attuale. Non perché voglia anche lui unirsi al coro stonato di chi tenta arditi paragoni tra questo e quel periodo storico, ma viceversa perché sa coglierne (e oserei dire viverne) quel profondo valore umano che ne rappresenta l'essenza più profonda.

Quella stessa essenza che Albertin sa comunicare con sincerità al pubblico, grazie ad un linguaggio diretto e semplice, che evita ogni caduta nella facile e stucchevole retorica che solitamente avvolge argomenti come questo. Anzi, l'attore sceglie di raccontare la storia di questo eroe modesto utilizzando la più improbabile e apparentemente sacrilega delle metafore: quella con una partita di calcio. Vinta al novantesimo minuto, su calcio di punizione, contro la temibile squadra delle croci frecciate, i nazisti ungheresi. Per ricordarci anche oggi che, in fondo, ci sono tragedie decisamente peggiori di non qualificarsi ai Mondiali.

 

 

Enrico Fiore per CONTROSCENA.NET

«Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca». Sono le parole di Gino Bartali poste in epigrafe a «Perlasca. Il coraggio di dire no», il testo di Alessandro Albertin che il Teatro de Gli Incamminati e il Teatro di Roma presentano all’India, per la regia di Michela Ottolini, nell’ambito del percorso di stagione, «Il dovere della memoria», varato dal Teatro di Roma medesimo. E aggiungo che non poteva darsi epigrafe più indicata.

Bartali, come si sa, fu dichiarato «Giusto fra le nazioni» dallo Yad Vashem, il memoriale israeliano delle vittime dell’olocausto, per aver salvato circa mille ebrei dalla deportazione, trasferendo documenti falsi con la sua bicicletta. Ma, per l’appunto, non amò mai parlare di quell’impresa. E lo stesso fece Giorgio Perlasca, lo «Schindler italiano» (anche lui dichiarato «Giusto fra le nazioni» dallo Yad Vashem) che sottrasse ai campi di concentramento più di 5.200 ebrei ungheresi, spacciandosi, addirittura, per il console di Spagna a Budapest. Della sua impresa si seppe soltanto nel 1988, quando una coppia di quegli ebrei, i signori Láng, lo cercò per ringraziarlo e lo rintracciò nella casa di Padova in cui viveva praticamente ignoto.

Ebbene, il gran pregio del testo di Albertin è che evita il rischio della retorica e dell’afflato «buonistico», sempre presente quando si affrontano argomenti del genere, conferendo al racconto un tono leggero, e persino ironico, che ottiene il non trascurabile risultato di sottolineare per contrasto, e quindi con efficacia maggiore, la drammaticità degli eventi narrati. Basterebbe considerare l’attacco, che immagina, sulla falsariga dei commenti postati nel giorno successivo alle stragi del Bataclan e di Saint-Denis, quelli ipotetici che sarebbe stato possibile postare il 31 ottobre 1944: «Un forte abbraccio a tutti gli amici di Budapest e a tutta l’Ungheria – Voglia di fare le valigie e andare a Budapest, adesso – Sii forte Budapest, sii forte Europa. L’odio, il terrore e la guerra non avranno la meglio – Meno Hitler e più amore – Oggi siamo tutti ungheresi – Io sono ebreo».

I «like» che Albertin conta per ciascuno di questi commenti rappresentano, manco a dirlo, l’effimero che serve, giusto, a sottolineare per contrasto il dovere della memoria. E infatti, il testo osserva in proposito: «Il problema qual è? Che il tasto non mi piace non esiste e allora diventa automatico omologare e appiattire tutto: sentimenti, stati d’animo, punti di vista. Diventa scontato cliccare mi piace anche su una notizia o un’immagine terribili, perché con quel mi piace quel che si vuol dire in realtà è: “Ok: ho letto, ho visto, ho compreso e sono solidale». E poi: «Una frase ad effetto, semplicemente dettata dall’onda emotiva, o, meglio ancora, un semplice mi piace come commento a una frase ad effetto scritta da qualcun altro, è la soluzione più comoda. Perché è rapida, è indolore e, soprattutto, toglie la responsabilità di dover trasformare un eventuale pensiero in qualcosa di concreto e tangibile, un qualcosa che si chiama azione».

Lo straniamento, peraltro, è assicurato anche dal fatto che qui l’interprete è, insieme, il narratore, Perlasca e tutti i personaggi che con Perlasca interagiscono. E siamo, con ciò, a uno straniamento strutturale. Mentre quello testuale o contenutistico che dir si voglia viene garantito dall’applicazione al racconto della terminologia propria di una partita di calcio: «La squadra era delle migliori: Perlasca col 9 sulle spalle; a centrocampo l’esperienza del capitano Sanz Briz (l’ambasciatore spagnolo a Budapest, n.d.r.); in difesa, la precisione di Madame Tourné (l’assistente di Sanz Briz, n.d.r.); tra i pali, la stazza di Zoltán Farkas (l’avvocato ebreo ungherese che lavora da 25 anni presso l’ambasciata di Spagna, n.d.r.)».

Quindi, godibilissimi, e insieme assolutamente fondati sul piano storico, risultano i «gol» segnati da una simile squadra: uno per tutti quello che segnano Farkas e Perlasca quando – a Gera, il segretario del Partito delle Croci Frecciate che ha esclamato: «Non posso essere vostro complice in questo schifoso piano di protezione degli ebrei» – rispondono in successione, l’uno dicendo: «Stiamo parlando di sefarditi, signor Gera. La parola sefardita deriva da sepharad, che in ebraico significa Spagna. I sefarditi, quindi, sono ebrei spagnoli» e l’altro precisando: «Avvocato, se permette, è più corretto dire spagnoli ebrei. La differenza, signor Gera, è che quindi prima di tutto sono spagnoli, poi sono ebrei».

Il tutto, infine, si riassume nel seguente passo attribuito al narratore: «Un racconto della tradizione ebraica dice che in ogni momento della storia ci sono, in qualche parte del mondo, 36 Giusti. Nessuno sa chi sono e nemmeno loro sanno di esserlo. Quando, ad un certo punto, il male sembra prevalere sul bene, i Giusti escono allo scoperto e si prendono i destini del mondo sulle loro spalle».

Venendo adesso all’allestimento, c’è da dire che il suo pregio fondamentale sta nel fatto che la regia della Ottolini, attenta e partecipe, risulta estremamente fedele al testo, e proprio a partire dal risalto che dona alla sottolineatura per contrasto e allo straniamento. Vedi, tanto per proporre solo gli esempi più eclatanti, la tenuta (camicia, cravatta e pantaloni neri) attribuita a colui che al «nero» si ribellò fino a rischiare la vita; i due cubi, unici elementi d’arredo nel vuoto circostante, utilizzati dall’interprete per passare, spostandoli, da una situazione narrativa all’altra; e, soprattutto, il leitmotiv costituito da «Sul bel Danubio blu»: che, si capisce, moltiplica l’orrore qui raccontato giusto perché è il simbolo proverbiale della joie de vivre.

Contraddittorie, perciò, appaiono le deviazioni verso il bozzetto naturalistico rappresentate dall’imitazione delle cadenze dialettali dei personaggi. Ma è l’unico neo, d’altronde facilmente cancellabile, di uno spettacolo per il resto notevole. Eccellente, infatti, è la prova fornita da Alessandro Albertin come attore oltre che come autore. E un’emozione pura, infine, regala al termine la voce registrata di Giorgio Perlasca che esorta i giovani a conoscere quanto avvenne e ad opporsi a che si ripeta. È una delle occasioni, ormai sempre più rare, in cui il teatro riscopre la sua naturale funzione di testimonianza civile.

 

Gabriele Benelli per SIPARIO.IT

Grande successo di pubblico al Teatro dell'Archivolto per il monologo Perlasca: il coraggio di dire no. L'attore padovano Alessandro Albertin ha portato in scena uno spettacolo rodato e oramai, ancora più che nelle sue corde di attore, parte vitale della sua sensibilità artistica e umana. In una scenografia totalmente sgombra di elementi in vista, se non due cubi neri che fungono da seduta e da elementi drammaturgici, l'attore domina lo spazio e la vista di tutta la scena. Il bravissimo Albertin dà voce a Giorgio Perlasca, l'imprenditore padovano che in terra di Ungheria negli anni '40 è passato alla storia come lo "Schindler italiano", oltre ad un insieme di personaggi che solo all'apparenza sembrano di contorno. L'attore non solo muta abilmente voce, accento e timbro vocale, ma evoca con i gesti e le posture del corpo tutto l'insieme delle figure che ruotano attorno al personaggio principale. Tale è la forza e la passione messe in scena dall'attore nell'interpretare queste figure, che queste quasi emergono come immagini dinamiche che si sovrappongono alla figura dell'attore. L'impegno di Albertin fa sì che il monologo si trasfiguri come uno spettacolo corale. La voce e il gesto raddoppiano, triplicano in un'unica battuta e innalzano continuamente il livello di qualità dello spettacolo, mantenendo sempre in primo piano la finalità di memoria storica. È l'azione, che ibrida voce e gesto, la cifra e il cardine attorno al quale ruota Perlasca: il coraggio di dire no. È questa un'azione scenica dinamica, intensa, forte e sanguigna, dove l'attore rende fisica la parola e la incarna con muscoli e nervi. L'effetto è di coinvolgimento emotivo e di commozione da parte del pubblico oltre che dall'attore stesso. La storia di Giorgio Perlasca è storia comune e riverbera nel presente e nel momento attuale, così che Albertin quasi crea e dirige il flusso di queste emozioni in maniera circolare tra palcoscenico e pubblico. Tecnicamente Albertin raggiunge vette altissime di qualità attoriali e proprio l'emozione che riesce a vivere e a far vivere al pubblico si realizza come un punto di eccellenza. L'attore è padrone della scena e dello spazio in vista e non in vista, utilizzando le tre dimensioni del palco per evocare continui ambienti chiusi e aperti e soprattutto personaggi che emergono con caratteristiche e dettagli particolari. Perlasca: il coraggio di dire no è la creatura di Albertin che l'attore offre in scena con commozione, generosità e un affetto straordinari.

Dal sito del Teatro Rossetti di Trieste

"Un silenzio teso e assoluto, emozione palpabile e, alla fine, occhi lucidi, scrosci di applausi e standing ovation: ogni sera. E poi richieste di biglietti, una sequenza di “tutto esaurito”, repliche straordinarie, matinée per le scuole... Fra gli spettacoli ospiti della scorsa stagione “Perlasca. Il coraggio di dire no”, scritto e interpretato da Alessandro Albertin e diretto da Michela Ottolini, ha conquistato il pubblico al di là di ogni previsione. Tanto che si è scelto di programmare un'ulteriore serie di repliche.

A ragione: perché la storia dello “Schindler italiano”, così come Albertin la porta sul palcoscenico, possiede tutto ciò che da uno spettacolo si può desiderare. L’impegno della testimonianza storica, una dimensione artistica di pregio, un protagonista in stato di grazia, che interpreta e connota efficacemente – lui da solo – tutti i personaggi della storia e li colloca in un racconto nitido, scorrevole, commovente.”

I personaggi famosi che hanno visto il nostro spettacolo.

Luca Zingaretti

 

Lo spettacolo, non avendo ancora una rassegna stampa ufficiale, può soltanto contare sulle opinioni di chi l’ha visto…

Caro Alessandro, grazie ancora per avermi invitato a vedere il tuo spettacolo. Sono ancora colpito ed emozionato dal

testo, dalla regia e dalla tua interpretazione. Non avrei mai immaginato che una storia, che come puoi immaginare

conosco benissimo, potesse sorprendermi così tanto.

Ed è stato sorprendente anche vedere come sei riuscito a domare e a tenere con il fiato sospeso una platea non facile

composta esclusivamente da studenti. Bravo. Bravo! E ancora, bravo!

Laura Curino

 

Nitida, lieve, sincera e semplice arriva l’immagine del Giusto tra le Nazioni Giorgio Perlasca. Il tempo passa in un soffio.

Un attimo prima ti sei seduto tra il pubblico, un attimo dopo sei dentro la Storia. E quando lo spettacolo finisce, sei

innamorato.

Alessandro Albertin interpreta tutti i personaggi della vicenda con grande chiarezza e intensità. È diretto molto

lucidamente da Michela Ottolini e lo spettacolo non ha mai un momento di stanchezza o debolezza narrativa.

Le emozioni dello spettatore procedono di pari passo a quelle del protagonista. Incontri un Giorgio Perlasca gioviale e

affascinante, abile venditore, ti fai sedurre dalla sua capacità di trattare questioni commerciali con astuzia e

buonumore. Ti riconosci nelle sue ansie nascoste e vorresti avere la sua capacità di mascherare tutto dietro il sorriso

sincero e lo charme che gli è naturale.

Giorno dopo giorno sei con lui, mano a mano che cresce la sua consapevolezza dell’ingiustizia, dell’assurdità e della

ferocia e lo vedi sfoderare tutte le armi che prima utilizzava nel libero commercio, per salvare esseri umani.

Come lui ti senti quasi sopraffatto dalle difficoltà che incontra e dai pericoli che corre, e come lui ti stupisci di essere

capace di tanto coraggio. Fino a che quest’uomo “normale" si trasforma in un eroe.

A quel punto la grandezza di ciò che Giorgio Perlasca riesce ad escogitare, nel pericolo estremo, diventa di tale

grandezza che non puoi più identificarti in lui: ti ritrai e lo contempli con gratitudine, perché salvando così tanti esseri

umani dall’orrore dello sterminio nazista, ha restituito significato al concetto stesso di umanità.

Si riaccendono le luci di sala e tu sei ancora in balia delle emozioni. Ti viene in mente soprattutto una cosa: devo dirlo a

tutti, lo devono vedere tutti questo piccolo gioiello di intelligenza e responsabilità.

È un bello spettacolo, che sta dappertutto, sul palco di un teatro, in un auditorium, in un’aula magna o in una piccola

aula scolastica. E una volta che lo hai visto lo porti con te per sempre.

Franco Perlasca

 

Già da diversi anni Alessandro mi aveva contattato con l’intenzione di mettere in scena uno spettacolo su mio padre.

E, ritenendo il teatro un ottimo mezzo per avvicinare soprattutto i ragazzi alla figura e all’esempio di Giorgio Perlasca,

abbiamo quindi volentieri collaborato con lui fornendo documenti e informazioni.

Finalmente lo scorso 24 gennaio abbiamo potuto vedere realizzato il suo progetto. Stimavo già Alessandro come

attore, ma devo dire che in questo lavoro è stato davvero eccellente: pur essendo da solo in scena, riesce a catturare

l’attenzione e a mantenere l’interesse sempre vivo, interpretando ben 8 personaggi, caratterizzandoli con maestria

unica e conducendo lo spettatore a rivivere la storia con un ritmo sempre incalzante e coinvolgente.

Ho molto apprezzato anche il fatto che il testo teatrale si agganci alla vita contemporanea, ribadendo la necessità e il

dovere dell’impegno personale nella salvaguardia dei valori portanti della nostra società. Questo è anche il nostro

obbiettivo come Fondazione Giorgio Perlasca: ricordare per formare, rivolto specialmente alle giovani generazioni.

Fare Memoria per costruire un futuro migliore, nel solco di quello che noi riteniamo essere il testamento spirituale di

Giorgio Perlasca riassunto in questa frase: «Vorrei che i giovani si interessassero a questa storia unicamente per

pensare, oltre a quello che è successo, a quello che potrebbe succedere e sapere opporsi, eventualmente, a violenze

del genere». Un grazie di cuore per questo splendido lavoro.

Ariella Reggio

 

Questo monologo mi ha fortemente emozionata e commossa. Come attrice, per la straordinaria bravura dell’inteprete

e come persona, per la storia che viene raccontata benissimo e che io, in parte, ho vissuto in prima persona, dato

che a quei tempi ero bambina e la vita della mia famiglia si intrecciava col terribile periodo di cui parla lo spettacolo.

Pur avendo visto lo spettacolo in forma di prova, in uno spazio esiguo e senza aiuti tecnici o quasi, Alessandro è

riuscito a trascinarmi completamente dentro la storia e a viverla con lui. Posso solo dirgli: grazie!

Alessandro Albertin è un attore bravissimo, pieno di sensibilità e di classe. Un sincero plauso anche alla regia.

Il pubblico...

Valeria, spettatrice

Spettacolo bellissimo e commovente. Molto intenso. Mi sono scese le lacrime senza quasi accorgermene e io di solito non mostro i sentimenti!

 

Federica, una professoressa

Ci si innamora di tutto: della storia, di Perlasca. E anche di te.

 

 

Gemma, una professoressa

Stamattina con la nostra classe, abbiamo assistito ad un monologo magistralmente interpretato da Alessandro Albertin, attore meraviglioso, che ha letteralmente incantato tutta la platea di alunni delle medie e superiori. Difficilmente c'è silenzio in teatro quando si va con gli alunni, ma stamattina eravamo tutti con il fiato sospeso e le lacrime agli occhi, ad ascoltare la storia coraggiosa (dimenticata dallo Stato Italiano) di Giorgio Perlasca! Un monologo così intenso e profondo che mi ha commosso tantissimo!!! Non conoscevo Alessandro e dire che è bravo è poco!! Complimenti per la sua professionalità, bravura e capacità di catturare l'attenzione del pubblico, renderli parte attiva di un argomento così delicato e doloroso non è poco e lei ci è riuscito alla grande!! Grazie per la grande emozione che mi ha donato!

 

 

Roberta, una professoressa

Ecco. La forza del suo spettacolo è proprio qui, nel condurre chi sta in platea non ad una visione, ma dentro una vita, da cui mi creda si esce con il cuore gonfio.

 

 

Matteo, un allievo del liceo

Dopo aver visto lo spettacolo ho deciso che la mia tesina di maturità la farò su Giorgio Perlasca.

Maurizia, una spettatrice

Oggi pomeriggio ho avuto l'onore, il piacere e la fortuna di assistere al tuo spettacolo al Parenti. Mi sembrava di essere in connessione con te mentre recitavi, ma forse recitare non è il verbo giusto perché sentivo un passaggio di emozioni tra te che le trasmettevi profondamente e fortemente e me che le assorbivo. Grazie.

Andrea, un allievo

"Mi è dispiaciuto che verso la fine della storia tu abbia trattato un po' male quei cubi: ormai per me erano diventati una casa protetta spagnola.”